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La crescita economica della Finlandia

Francesco Osanna fINLANDIA

3 SETTEMBRE 2019

A inizio aprile il Ministero dell’Economia finlandese ha rivisto in positivo le sue previsioni per la crescita economica per il 2019, aggiungendo uno 0.2% e portandole all’ 1.7% del PIL. Queste cifre sono però, a detta del ministero stesso, “calore residuale”: infatti nei prossimi anni ci si aspetta sempre crescita, ma in calando: 1.4% nel 2020 e 1.2% nel 2021.

La ripresa iniziata nel 2016 sembra quindi già volgere al termine.

Il clima di crescita ha influito positivamente anche sull’occupazione, che è salita oltre il 72.6% della popolazione in età lavorativa.

Sebbene la cifra sia oltre la quota del 72% che si era posta il governo Sipilä, e che molti avevano giudicato troppo ottimista, è ancora molto al di sotto degli altri Paesi nordici: la vicina Svezia è al 77,5% e l’Islanda vede impiegate addirittura l’83% della persone in età lavorativa. Non c’è comunque consenso su quanto, se del tutto, le contestate manovre dell’ultimo governo siano effettivamente responsabili di questa crescita dell’occupazione. Secondo il Tilastokeskus, l’Istat finlandese, in Finlandia lavorano 2.5 milioni di persone, di cui 1 milione e 800 mila nel settore privato. Delle quasi 700 mila persone nel settore pubblico (il 26,5% della forza lavoro, contro il 13% italiano), oltre mezzo milione sono impiegate nelle amministrazioni locali e 150 mila dallo Stato. Il grande numero di impiegati comunali deriva dal fatto che in Finlandia i comuni sono responsabili dei servizi sociosanitari al cittadino, quindi ad esempio gli insegnanti sono dipendenti comunali e non ministeriali.I lavoratori autonomi sono il 13% della forza lavoro (in Italia sono il 23,3%), mentre quelli part-time sono 400mila (16,7% contro il 18.4% italiano). Ci sono poi 1.3 milioni di “inattivi” in Finlandia: persone tra i 15 e i 74 anni che non lavorano e non cercano lavoro, perché studenti (22%) o in pensione (50%), per ragioni di salute (12%) o perché dediti alla cura della famiglia (5%).Alla crescita dell’impiego non è però corrisposta una proporzionale diminuzione della disoccupazione, che nei primi mesi del 2019 era al 6.7% (l’Italia è al 10,3%).Molti esperti ritengono si sia vicini al limite strutturale della disoccupazione, cioè lo “zoccolo duro” della popolazione che non è impiegabile o non ha le qualifiche richieste dal mercato del lavoro, come dimostrano le carenze di lavoratori nel settore sanitario, tecnologico e delle costruzioni.

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